Home Page Autore Recensioni Contatti Link
 


Torna alla rassegna Stampa

Di:SYLVIE COYAUD

Da settant'anni i fisici cercano di far quadrare i conti e non ci riescono: la materia sulla piccola scala degli atomi si comporta secondo le regole della meccanica quantistica e quella su grande scala dell'universo secondo quelle della fisica classica e della relatività di Einstein, nonostante l'universo sia fatto di atomi. Per uscire da questa contraddizione, dicono, ci vogliono pensieri audaci. Al fisico teorico inglese Julian Barbour non mancano e li ha ora raccolti in The End of Time (Weidenfeld & Nicolson) in cui unifica le due teorie, sostenendo che il tempo "che nella fisica classica rientra dalla finestra... viene ucciso dalla teoria quantistica" se la si interpreta correttamente. Non c'è: è soltanto una nostra deduzione davanti al cambiamento, a tracce di apparenti sequenze, "capsule di tempo che spiegano l'impressione prepotente che lo scorrere del tempo possa prodursi in un mondo che ne è privo".


È una decisione radicale, già presa dal matematico inglese Peter Landsberg in The Enigma of Time (A. Hilger, 1982) e lo stesso Einstein sosteneva che "per noi fisici, la distinzione tra passato, presente e futuro non è che una testarda illusione". Nel libro, Barbour la giustifica ripercorrendo i concetti di tempo nella storia della fisica e confutandoli con un universo matematicamente coerente, costruito in collaborazione con Bruno Bertotti dell'università di Pavia e chiamato Platonia in cui tutte le configurazioni probabili delle particelle coesistono in svariati Adesso tra cui uno, più probabile di altri, ci contiene. Per eliminare la quarta dimensione, "un fenomeno locale del nostro Adesso" nato dalla percezione del moto, delle distribuzioni non arbitrarie della materia che la nostra mente interpreta come una "storia" per un bisogno umano di senso e di ordine, Barbour toglie il tempo dalla funzione d'onda di Schrödinger (il cui famoso gatto, qui a configurazioni multiple, risulta così sia vivo che morto) e riprende l'equazione di Bryce De Witt e John Wheeler di trent'anni fa che fornisce la probabilità di un universo per una configurazione data anche se nell'equazione il tempo non figura. In Inghilterra, The End of Time è uscito a novembre e sui supplementi domenicali dei grandi quotidiani ha avuto recensioni dettagliate che ne elogiavano la potenza della visione, la scrittura felice e la profondità filosofica.

John Gribbin è fra quelli che si è lasciato irretire. John Barrow è rimasto affascinato e ha apprezzato l'audacia del pensiero da conoscitore, avendo egli stesso ipotizzato da poco che nei primissimi secondi del Big Bang, la luce avrebbe viaggiato a una velocità superiore al suo limite massimo. Non è del tutto persuaso, forse perché The End of Time liquida il principio antropico debole di cui è stato uno dei sostenitori. Nonostante l'eloquenza dell'autore, la dimostrazione non gli sembra abbastanza elegante per competere con "il concetto che ci ha fornito la più grande semplificazione immaginabile per dar un senso al mondo". Prima di fare a meno del tempo, anche Barbour ammette che occorrerà risolvere le difficoltà della perfida equazione di De Witt-Wheeler, irta di variabili come un istrice di aculei. Ci stanno provando in molti, di paesi e persuasioni diverse. Il guaio - uno dei tanti - è che ognuno ne riceve la risposta che più gli piace. Permette a Michael Green dell'università di Cambridge di ripulire la teoria delle superstringhe da fastidiose possibilità infinite e di semplificare i calcoli della cromodinamica quantistica.
Astrofisici del CNR di Bologna la usano per determinare gli effetti sull'evoluzione della materia della fluttuazione primordiale pre-Big Bang, matematici di Varsavia per ottenere una teoria quantistica della gravità.


Lee Smolin (Pennsylvania State) e Carlo Rovelli (Pittsburgh) le hanno fatto chiarire interazioni tra elettroni e gravità. Con la strabiliante conseguenza che in particolari circostanze, da queste interazioni emerge proprio il tempo sua sponte, invece di dover essere inserito appositamente nelle variabili dell'equazione. Ci sono ancora parecchi dettagli da rifinire e forse Barbour ha ragione di non preoccuparsene.


Dopo il lancio del libro negli Stati Uniti, tornerà nella fattoria vicino a Oxford dove vive con moglie e figli da quando, trent'anni fa ha rinunciato a far ricerca in università - di mestiere traduce fisica dal russo - perché non sopporta le pressioni per pubblicare a ogni costo, anche se, dice, "le idee mi vengono e alcune passano il test dei colleghi". Gliene è appena venuta un'altra e l'ha messa sul suo Web: "è l'idea che, quando si considera l'universo nel suo insieme, è la sua forma complessiva ad avere un senso e non la sua dimensione". Gli sviluppi verranno riferiti all'indirizzo www.julianbarbour.com.

Torna alla rassegna Stampa